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Documents. La “Grande Albanie” et l’Italie fasciste

Les documents italiens suivants sont publiés pour la première fois (sans le moindre doute) sur internet et je donne à la suite de chacun un résumé en français.

La Grande Albanie était un État considéré par l’Italie – qui avait déposé le roi Zog à l’appel, dixit le régime fasciste, des nationalistes albanais – et ses alliés comme souverain au sein de la Communauté impériale (Comunità Imperiale) qu’elle constituait avec l’Italie.

À ce jour, les Italiens sont, d’après plusieurs témoignages reçus personnellement, considérés comme amis du peuple albanais, et les touristes italiens sont particulièrement bien accueillis : à l’aéroport de Tirana, par exemple, on parle anglais et italien pour les touristes. (La réciproque n’est pas nécessairement vraie, en particulier avec les flux migratoires de l’Albanie vers l’Italie et la montée en Italie d’un discours anti-immigration.)

L’islam albanais (70 % de la population du pays et 90 % au Kosovo, aujourd’hui indépendant après être passé de la Grande Albanie à la Yougoslavie) ne posait pas de problème particulier pour l’intégration du pays dans la Communauté impériale fasciste. D’ailleurs, si les Juifs étaient exclus du Parti fasciste albanais, ce n’était nullement le cas des Musulmans.

Le traité de Versailles avait considérablement avantagé les Serbes dans la région et livré les Albanais à leur vindicte séculaire. Les Serbes menèrent à cette époque au Kosovo, inclus dans la Yougoslavie créée en 1918 (sous le nom de « Royaume des Serbes, Croates et Slovènes », produit idéologique d’un panslavisme agressif), une véritable politique de terreur. La création de la Grande Albanie avec l’aide de l’Italie fasciste consista à soustraire les populations albanaises au giron d’États panslaves.

Documents :

1) Chapitre « Revendications albanaises » de l’ouvrage de géopolitiques Il Mondo inquieto (Milan, 1934) de Vito Augusto Martini.

2) Article La trahison anglo-saxonne des petits pays par Giovanni Ansaldo, dans la revue italienne Albania-Shqipni de janvier-février 1943.

3) Déclaration du Premier ministre albanais Maliq Bushati sur les fondements de l’État albanais (Albania-Shqipni, janvier-février 1943)

4) « Le peuple albanais réaffirme sa confiance dans la destinée de la Patrie en adressant une pensée reconnaissante au Souverain et au Duce. » (Albania-Shqipni, janvier-février 1943)

5) « La riposte de l’Albanie aux ennemis de son intégrité ethnique et territoriale » (déclaration du Premier ministre Mustafa Kruja) (Albania-Sqhipni, décembre 1942)

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Membre de l’organisation paramilitaire Armée nationale albanaise (Armata Kombëtare Shqiptare AKSh) (créée en 2001)

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Vito Augusto Martini, Il mondo inquieto, Milano 1934, pp. 227-233.

Rivendicazioni albanesi

Dicono che l’Albania sia un paese misterioso quasi come il Tibet. Questa impressione dev’essere stata certamente determinata da quel carattere di orgoglio e di isolamento dei fieri e laboriosi montanari schipetari, i quali sono sempre rimasti apatici e chiusi a tutti i tentativi di colonizzazione latina, slava, greca e ottomana.

Ciò spiega quindi l’accanimento tetragono, la tenacia ostinata di tutti coloro che s’illudevano di ridurre l’Albania ad una strategica appendice territoriale integrante i loro ambiziosi imperialismi, e chiarisce tutta una serie sistematica di illegali azioni tentate dai serbi, i quali si rifiutano di attribuire al piccolo e pacifico territorio qualsiasi attributo di autonomia e di sovranità, considerandolo invece come elemento reintegrativo dell’attuazione del loro sogno egemonico, che si ispira al meteorico impero di Duscian e non sa disgiungersi dalla condizione di un assoluto dominio sull’Adriatico.

Occorre fermarsi su questo punto e non distogliere mai lo sguardo da tutto quel lavorio metodico e lineare che si svolge in Serbia, e specialmente nella «Jadranska Straza», per rendere l’Amarissimo un «mare jugoslavo», secondo una falsa e ambiziosa suggestione storica radicata nella nuova mentalità dei serbi mediante il fascino facile e retorico d’un romanticismo nazionalista.

Le falsità ambigue, le manovre tendenziose, gli allarmi montati ad arte da tutta la stampa serba ammaestrata ed ispirata dalle sfere dirigenti, a danno della Nazione albanese e dell’Italia, perseguono appunto il fine di determinare una situazione adriatica falsa, suscettibile di provocare preoccupazioni internazionali.

L’ultimo attentato contro re Zog e la distribuzione di truppe serbe sul confine jugoslavo-albanese sono un ammaestramento.

Il territorio albanese ha sempre bruciato d’ambizione il sogno dei panserbisti. E se non fosse stato per l’aiuto dell’Italia prestato alla piccola e fiera nazione subito dopo gli armistizi, è certo che quel territorio si sarebbe trasformato in un lauto banchetto per l’appetito slavo-greco.

Non c’è nessun settore politico del mondo così complesso e caotico come la penisola balcanica. Un territorio relativamente piccolo, che comprende diversi gruppi nazionali in urto di tradizioni storiche e di aspirazioni politiche, e quel che più conta, permeati quasi tutti d’una concezione imperialistica ed egemonica del divenire della loro vita, deve far comprendere quale lotta a furi di gomitate sono costrette a condurre le diplomazie e le popolazioni delle varie Nazioni.

L’Albania diventa quindi una specie di preda stretta nei tentacoli invisibili di quella piovra diplomatica della Serbia la quale non sa e non vuole ammettere in Balcania altre funzioni di supremazia che non siano da essa esercitate.

Ormai non si possono più fare misteri sulla natura e sull’ingranaggio delle associazioni segrete panserbe, le quali costituiscono una valida ed efficace substruttura del Governo belgradese, ed agiscono illegalmente nei territori confinali dietro precisi ordini ed in vista di altrettanti precisi obiettivi. Trentacinque invasioni brigantesche serbe effetuate in zona albanese in pochissimo tempo, congiunte a quei certi metodi di violenta serbizzazione contro gli albanesi assoggettati e alla campagna diffamatoria esercitata per mezzo della stampa e in tutti i modi contro l’Albania, stanno ad indicare quali siano le direttive di Belgrado anche nei riguardi degli schipetari. Se rivolgiamo un po’ lo sguardo indietro, vediamo subito su quale piano illegale e tortuoso si sia sempre messa l’azione diplomatica della Serbia per incorporare nei suoi nuovi confini anche il territorio albanese.

Già sin dall’inizio della guerra condotta contro i Turchi della Lega balcanica, l’Albania divenne una piattaforma di occupazione serba, greca e montenegrina; e non si accennò per niente a sgombrarla nemmeno quando veniva sanzionata nel 1913 dalla Conferenza di Londra l’indipendenza albanese, e la potente Cancelleria di Vienna svolgeva un’azione energica perchè i serbi si decidessero ad abbandonare la zona così violentemente e barbaramente occupata. Ci volle nientemeno che un vero ultimatum della Ballplatz perchè la Serbia si piegasse ai voleri degli Absburgo, non cessando però di distogliere lo sguardo da Scutari e da Durazzo.

Quando infatti, a guerra ultimata, gli italiani estendevano l’occupazione su tutto il Paese da cui si erano ritirati gli austriaci, e favorivano la costituzione di un Governo albanese e la formazione d’una delegazione diretta da Turkan Pascià e inviata alla Conferenza della pace, la Serbia andava rivolgendo invito alle Potenze perchè le venisse riconosciuto il mandato di organizzare l’Albania. Contemporaneamente le bande armate svolgevano nel territorio albanese una serrata campagna disfattista, gettando terrore e seminando rovine.

Il Comitato dei Kossovesi presentò allora alle Potenze quest’orribile bilancio: 12.371 albanesi massacrati e bruciati, imprigionati 22.100, 1655 scudisciati, 6000 case distrutte, 10.525 famiglie depredate; tutti i villaggi della regione di Plava, Susinise e Vantai distrutti, la borgata di Radisefca incendiata, 30 villaggi di Dreniza ridotti a rottami e a ceneri. E tutto questo in pochi mesi: all’inizio del ‘19. Sembrava fosse tornata nei Balcani la furi attilesca e devastatrice delle antiche bande tartariche.

L’Albania ha subìto in un cinquantennio tre grandi mutilazioni: la prima col trattato di Berlino del 1878 che attribuì alla Serbia dei territori prettamente albanese: Vrania, Nish, Lescovaz; la seconda nel 1913 con la guerra balcanica che assicurò a Belgrado altre regioni albanesi, come Prizzen, Mitroviza, Pristina, Gillan, Skopliè, Kumanovo, Dibra, ecc.; e la terza nel 1919 alla Conferenza degli Ambasciatori di Parigi, in seguito alla quale la Serbia si avvantaggiò sul Monte Velicicu, sulla piana della Metoia, sull’altra Drina, sulla congiungente Dibra-Struga con le terre adiacenti. Altri territori passarono in seguito a questi trattati nelle mani dei greci e dei montenegrini.

Così che la Nazione albanese di più di due milioni di abitanti, ne comprende ora circa 800 mila, i rimanenti essendo così suddivisi: 800 mila in Jugoslavia, 215 mila in Romania, 80 mila in Italia dove vivono in fiorenti colonie (Puglia, specialmente) e 8 mila negli Stati Uniti d’America.

Gli Albanesi reclamano dalla Serbia, fondando su concetti di giustizia le loro richieste e suffragandole con incontrovertibili diritti storici, la restituzione di Antivari, Tuci, Spizza, Hoti, Gruda, Triebsi, Podgoritza, Plava, Gucia, Berana, Senizza, tutto il circondario di Mitrovizza e Pristina, parte del circondario di Skopliè, Calcadelen, Gostivar, Chicevo, Dibra, Ocriba, Prespa.

Intanto gli Albanesi asseriscono che, contrariamente a tutte le statistiche interessate, i connazionali aggregati al regime-capestro di Belgrado siano più d’un milione. Non si tratta più quindi d’una minoranza etnica oppressa e angariata, ma addirittura della maggioranza nazionale, la quale, fiduciosa delle fortune del Governo di Tirana vi attinge la forza morale per perseverare contro tutti i tentativi violenti adottati dal panserbismo in conformità dei presupposti imperialistici della unificazione nazionale jugoslava.

Da Belgrado però non si abbandona nessun mezzo, neanche illegale e barbarico, per far scomparire dentro i confini del suo regno ogni traccia di schipetarismo. Sono state abolite le scuole, interdetto l’uso della lingua nazionale, spogliati delle proprietà terriere i sudditi albanesi, distribuendole ad elementi serbi, russi bianchi ed anche montenegrini, obbligati forzatamente ad immigrare nei territori albanesi. La stampa schipetara è condannata al più feroce ostracismo; e della rigorosità draconiana e sferzante della gendarmeria e del terrorismo dei comitagi attestano le varie e poderose proteste inviate alla S.d.N.

A non voler considerare nemmeno l’esoso e vessatorio fiscalismo che angaria gli Albanesi come tutte le altre minoranze jugoslave (che non potendo pagare le altissime imposte, si vedono portar via anche l’ultimo capo di bestiame); le masse schipetare assoggettate vivono sotto una cappa di implacabile oppressione, vigilate da gendarmi e da proseliti della «Ceka».

Quello degli albanesi costituisce quindi un altro debole pilastro sul quale si fonda lo Stato panserbo, il quale ostenta della forza e del potere, mentre è tarato da tisi costituzionale inguaribile.

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Vito Augusto Martini est un auteur italien spécialiste des questions de géopolitique, collaborateur de la revue fasciste Gerarchia.

Son ouvrage Il mondo inquieto (Le monde inquiet) de 1934 comporte un chapitre sur les « Revendications albanaises », dans lequel l’auteur expose la situation faite aux Albanais, qui préfigure la politique grande-albanaise de l’Italie fasciste.

Je le résume.

La volonté hégémonique des Serbes dans les Balkans s’exprime en particulier par une agressivité caractérisée à l’encontre des Albanais en tant qu’obstacle à une domination serbe sur la mer Adriatique, à la volonté serbe de faire de l’Adriatique une « mer yougoslave ». (À noter que, dans ses frontières actuelles, c’est-à-dire sans, notamment, les territoires revendiqués par les Albanais dans la Grande Albanie ou Albanie ethnique [Shqipëria natyrale], la Serbie n’a pas d’accès à la mer.) Face à cette situation, l’Italie, le voisin de l’autre côté de l’Adriatique, a toujours pris le parti albanais face aux volontés expansionnistes et annexionnistes serbes.

Au moment où écrit l’auteur, l’Albanie, rappelle-t-il, a subi en cinquante ans trois grands démembrements, le premier avec le traité de Berlin de 1878, le second avec la guerre des Balkans de 1913 et le troisième à l’issue de la Première Guerre mondiale, tous au profit de la Serbie, et la nation albanaise est ainsi passée en un demi-siècle de deux millions à quelque 800.000 habitants.

Les Albanais des territoires acquis par la Serbie sont soumis à la discrimination et à une véritable terreur d’État : écoles fermées, interdiction d’employer la langue albanaise, spoliations et distribution des terres appartenant aux Albanais à des Serbes, fiscalité vexatoire… Les premiers mois de 1919, notamment, donnent lieu à des massacres de grande ampleur au Kosovo par l’armée serbe. Les réclamations albanaises auprès des puissances étrangères et de la SDN sont ignorées.

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Giovanni Ansaldo, Il tradimento anglosassone dei piccoli stati, Albania-Shqipni, Febbraio 1943-XXI.

Le potenze anglo-sassoni – fu detto allora e ripetuto poi, infinite volte – rappresentavano le forze del bene in lotta aperta contro lo «spirito del male». Mentre, nel cuore dell’Europa un orco orrendo faceva della strapotenza una legge e della agressione un sistema, i puri campioni delle democrazie snudavano la loro spada incontaminata a tutela del diritto dei più deboli. …

Fu Londra a dare per prima il segno di questa revisione della sua «politica tradizionale», facendo sottoscrivere il 28 maggio dello scorso anno [1942] da Eden il famoso trattato in cui, cedendo alle richieste di Molotoff, si riconosceva alla Russia il diritto ad una «zona di sicurezza verso Occidente». La formula era più ambigua che oscura, e non mancò chi si chiese, allora, come fosse possibile conciliare, ad esempio, questa «zona di sicurezza» colle pretese di restaurazione dal sedicente Governo di Sikorski. Domande indiscrete che rimasero senza riposta. Gli inglesi, è vero, avevano cominciato a «mollare» piccoli stati. …

Formalmente, la posizione è immutata. Inghilterra e Stati Uniti rimangano ufficialmente i «protettori» e i «garanti» dei piccoli stati, che la loro politica ha spinto, uno dopo l’altro, in autentici abissi senza fondo. Ma basta tendere l’orecchio e leggere attraverso le righe più o meno ispirate di certi «portavoce», per capire come e quanto il tono, nei loro confronti, sia radicalmente cambiato. Non si dice loro apertamente che nell’Europa di domani essi dovranno piegarsi alla soggezione sovietica; ma ci si sforza per farlo comprendere loro, in tutti i modi possibili e immaginabili. Tutti i discorsi, attorno alla «necessità di una direzione unitaria della politica europea» ; tutti gli accenni ad una «funzione continentale» della Russia non tendono ad altro scopo. Perfino quel Walter Lippmann, il giornalista ebreo che si vanta di essere il più accreditato esponente della opinione americana, si dimentica molto che ha scritto e declamato, nei tempi passati, contro il «pericolo» rappresentato dalla Germania e dall’Italia, contro la «sfera autonoma di decisione delle piccole nazioni»; e dichiara, senza ambagi, che una Europa divisa e frantumata, come lo è stata finora, non può andare avanti, e che il controllo russo è una necessità per tutti ma in particolare per i piccoli stati. E un altro accreditato scrittore americano, Costantino Brown, dichiara che «nel dopoguerra la Russia potrà a ragione affermare che la sua influenza nel continente europeo è necessaria per la salvaguardia della pace, finchè l’Europa continua ad essere divisa, in piccoli e deboli stati indipendente».

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Giovanni Ansaldo est un journaliste et écrivain italien. D’abord signataire du Manifeste des intellectuels antifascistes en 1925 et subissant la censure du régime, il rentra en grâce en 1937 et fut nommé rédacteur en chef du journal Telegrafo.

L’article La trahison anglo-saxonne des petits pays a été publié dans le numéro de janvier-février 1943 de la revue italienne Albania-Shqipni. Dans cet article, Ansaldo rappelle tout d’abord que les puissance anglo-saxonnes se donnent à connaître comme les forces du bien en lutte contre « l’esprit du mal » (quelque chose que nous connaissons encore aujourd’hui : cf le slogan néoconservateur « l’axe du mal ») et que c’est cette philosophie, si l’on peut dire, qui lui fait adopter une attitude de protection des petits États face aux menace annexionnistes de voisins plus puissants et belliqueux, attitude qui avait motivé son entrée en guerre aux côtés de la France contre le Troisième Reich, en défense de la Pologne.

Or le Royaume-Uni change de philosophie au cours de la guerre quand son ministre des affaires étrangères Anthony Eden signe le 28 mai 1942 avec le ministre soviétique Molotov un accord reconnaissant à l’URSS le droit à une « zone de sûreté sur son versant occidental », c’est-à-dire l’annexation par l’URSS des États voisins plus petits à sa frontière de l’Ouest.

En même temps, l’Angleterre et les États-Unis continuent, comme si rien n’était changé, de se déclarer les protecteurs des petits États. Or, si personne ne dit que l’Europe devra, après une victoire des Alliés, se plier à une domination soviétique, c’est bien à quoi tendent les discours sur la « nécessité d’une direction unitaire de la politique européenne » et sur la « fonction continentale » de la Russie.

C’est, de même, la teneur des propos de journalistes nord-américains, tels que Walter Lippmann, « qui se targue d’être le porte-parole le plus accrédité de l’opinion nord-américaine », et qui, après avoir dénoncé la menace de l’Allemagne et de l’Italie sur les petits États européens, déclare désormais sans ambages qu’une Europe divisée et fragmentée n’est pas viable et que la domination russe est une nécessité pour tous et en particulier pour les petits pays, et tels que Constantin Brown : « Après la guerre, la Russie pourra à juste titre affirmer que son influence sur le continent européen est nécessaire pour la sauvegarde de la paix tant que l’Europe restera divisée en petits et débiles États indépendants. »

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Il Presidente del Consiglio dei Ministri dell’Albania illustra al Consiglio Superiore le basi dello Stato Albanese.

Onorevoli Consiglieri,

Il momento storico che, con l’Europa tutta, sta attraversando anche la nostra Albania, si presenta molto critico e chiede che i problemi nazionali più essenziali siano affrontati direttamente e senza indugi. Io ed i miei colleghi accettando in questo momento la grave responsabilità del Governo che S.M. il Re ci ha affidatto, siamo convinti di esserci assunti un compito difficile, ma nello stesso tempo la nostra coscienza di albanesi ci dice che non sottraendoci al difficile compito assolviamo un sacro dovere verso la Patria, dal quale dipende forse l’avvenire del nostro Paese.

Mi è però grato comunicarvi con grande gioia, che questo compito mi è, in certo modo, reso facile per il fatto che l’Italia, nell’intento di dimostrare ancor più palesemente la sua sollecitudine verso il popolo albanese, ci viene incontro nella soluzione di alcuni problemi fondamentali dello Stato.

Tra il Governo italiano ed il Governo albanese è stato infatti deciso:

1) La trattazione degli affari tra i due Governi sarà affidata ad un Delegato del Governo italiano presso il Governo albanese ed un Delegato del Governo albanese altresì risiederà a Roma.

2) L’accordo del giugno 1939 concernente la gestione delle relazioni internazionali dei due Stati sarà riveduto allo scopo di armonizzare la gestione degli affari esteri dell’Albania con la indipendenza del Paese.

3) Saranno create unità albanesi delle Forze Armate, con la bandiera nazionale, destinate a collaborare con le unità italiane nel territorio albanese.

4) La Gendarmeria, la Polizia, la Guardia di Finanza diventeranno organismi completamente albanesi e dipendenti dal Governo albanese.

5) La convenzione doganale valutaria del 20 aprile 1939 sarà riveduta allo scopo di mantenere l’Unione doganale senza che alle dogane albanesi venga tolto il loro carattere nazionale.

Allo scopo poi di raccogliere tutti i cittadini onesti e fedeli alla Dinastia Sabauda e alla Patria e di erigere così il più forte baluardo a difesa dell’indenpendenza e dell’integrità etnica della nostra Nazione, si è deciso di fondare la Guardia della Grande Albania che sarà l’organizzazione totalitaria dello Stato albanese.

Questi capisaldi che chiarificano nel miglior modo le relazioni tra i due popoli, sono la espressione della large e lungimirante concezione del Duce, il quale, dopo aver allargato i confini dell’Albania, ha voluto che gli albanesi potessero procedere da sè e con le proprie forze, verso l’avvenire. Al Creatore della Grande Albania, che oggi rafforza ancor più lo Stato albanese, l’intero nostro popolo rivolge a mezzo di questo Consiglio un pensiero di profonda riconoscenza.

La organizzazione totalitaria che prende nome dalla Grande Albania che Egli ci diede, custodirà intatti i principi della sua dottrina a cominciare da quelli che mettono gli interessi generali al di sopra degli interessi individuali, che presuppongono la collaborazione di tutte le classi sociali a favore dello Stato e che comandano di andare verso il popolo. Nella chiarificata atmosfera che le nuove realizzazioni immediatamente creeranno, la fiducia reciproca fra italiani ed albanesi sarà rafforzata e la loro fratellanza sarà completa.

Mi si permetta però di ricordare a questo Onorevole Consiglio che in dipendenza delle suddette decisioni noi, Governo e popolo albanese, ci assumiano una grave responsabilità. Roma ci è venuta incontro. Ora tocca a noi di comportarci in modo di meritare la fiducia che ci è stata accordata.

E’ dovere quindi di tutti i nazionalisti albanesi di aiutare il Governo nella repressione senza pietà di tutti coloro che operano a danno della Grande Albania e della Corona. E’ dovere di tutti i nazionalisti albanesi di aiutare con tutti i mezzi le Forze Armate, qualora essi siano chiamati a difenderla, entro la Patria o ai confini della Patria, lo Stato albanese.

Il Governo presieduto da me dovrà con ogni mezzo assicurare al Paese la tranquillità. Chi tocca il soldato italiano, smuove una pietra del confine della Grande Albania che quel soldato ha creato e che difenderà con noi. Chi si adopera per gettare il Paese nell’anarchia indebolisce la Patria e prepara il terreno alle invasioni straniere. Italiani ed albanesi hanno gli stessi interessi: chi turba la loro fratellanza tradisce la Patria e serve il nemico.

Onorevoli Consiglieri,

Il programma del Governo è lineare e risulta chiaro di quanto vi ho detto. Lo riassumo in poche parole:

1) Rafforzare in tutti i settori l’autorità dello Stato albanese;

2) mettere la Grande Albania in condizione di potersi difendere da ogni pericolo che la minacci sia dall’interno che dall’esterno;

3) assicurare la tranquillità ed i mezzi di vita a tutti gli albanesi.

Termino facendo un appello ai veri nazionalisti perchè si raccolgano intorno al Governo e lo aiutino a salvare la nostra amata Patria dall’anarchia che l’odio dei nemici vorrebbe creare. Unendoci tutti sinceramente con la «Besa» albanese, rimanendo fedeli fino all’ultimo al Re della Grande Albania per i comuni destini delle due Nazioni sorelle, cercando di rafforzare le fondamenta dello Stato possiamo essere sicuri che non solo supereremo felicemente i momenti critici, ma prepareremo anche alla Nazione giorni più tranquilli e felici.

Sento il dovere di concludere le mie parole invitandovi, Onorevoli Consiglieri, a rivolgere un pensiero riconoscente ai gloriosi che caddero per l’ingrandimento della nostra amata Patria e alle Forze Armate che ne sono il sicuro presidio.

Eccellenza Maliq Bushati Presidente del Consiglio

Albania-Shqipni. Rivista mensile di politica, economia, scienza e lettere. Anno IV – N. 1-2. Gennaio-Febbraio 1943-XXI.

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Maliq Bushati, ou Maliq bej Bushati, fut Premier ministre d’Albanie de février à mai 1943. Avant cela, il avait été député, opposant au roi Zog, de 1921 à 1923 puis de 1925 à 1937, et ministre de l’intérieur de 1939 à 1941. Il fut condamné à mort par les communistes albanais en 1946.

Avec ce texte non daté, paru dans la présente version italienne (sans nom de traducteur) dans la revue italienne Albania-Shqipni, janvier-février 1923, il s’agit d’une déclaration au gouvernement albanais à la tête duquel il vient d’être appelé.

Il rappelle les cinq points de l’accord italo-albanais destiné à régir les relations entre les deux pays, à savoir :

1) le traitement des relations entre les deux gouvernements sera assuré par un délégué du gouvernement italien auprès du gouvernement albanais ainsi que par un délégué du gouvernement albanais auprès du gouvernement italien.

2) le traité de juin 1939 concernant les relations internationales des deux États sera revu afin de mettre en conformité la gestion des affaires étrangères de l’Albanie avec l’indépendance du pays.

3) il sera créé des unités albanaises des forces armées, avec leur propre drapeau, qui collaboreront avec les unités italiennes sur le territoire.

4) la gendarmerie, la police et la police douanière et financière (Guarda di Finanza) deviendront des entités entièrement albanaises et dépendantes du seul gouvernement albanais.

5) la convention douanière d’avril 1939 entre les deux pays sera revue de façon à maintenir l’union douanière entre les deux pays sans porter atteinte au caractère national des douanes albanaises.

Maliq Bushati annonce ensuite la création de la Garde de la Grande Albanie (Guardia della Grande Albania) comme « organisation totalitaire de l’État albanais », loyale à la patrie albanaise en même temps qu’au roi Victor-Emmanuel III (roi d’Albanie de 1939 à 1943). (La Garde de la Grande Albanie est en fait le nouveau nom donné par Bushati au Parti fasciste albanais, Partito Fascista Albanese, Partia Fashiste e Shqipërisë). Il rend hommage au Duce, « créateur de la Grande Albanie ».

En appelant au code traditionnel de l’honneur albanais, la besa, il demande la loyauté envers les autorités des deux « nation sœurs », l’Albanie et l’Italie, dans cette période troublée.

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Il popolo albanese riafferma la propria fiducia nei destini della Patria rivolgendo il pensiero riconoscente al Sovrano e al Duce.

Dopo la riunione del Consiglio Superiore Fascista Corporativo del 23-12-1942-XXI sono giunti al Presidente del Consiglio dei Ministri i seguenti telegrammi :

Da Gijlan

Le dichiarazioni dei Ministri Eden, Cordell Hull e Molotov sono in contrasto con i nostri più sacri diritti, acquistati con il sangue dei nostri figli. Come rappresentanti e notabili del popolo di Gijlan, protestiano energicamente contro le suddette dichiarazioni, che sono fuori luogo e violano l’integrità etnica della nostra Nazione. Siamo pronti a difendere in ogni occasione con il nostro sangue ogni palmo di terra albanese, con l’aiuto delle Potenze liberatrici dell’Asse.

Qamil Sadik, Jusuf Reshiti, Jusuf Xhindi ecc…

Da Puka

I notabili di questa Sottoprefettura, dopo aver udito con disprezzo le dichiarazioni dei Ministri Eden, Cordell Hull e Molotov, in segno di protesta e sicuri dell’immancabile vittoria dell’Asse, affermano in modo solenne che i confini etnici dell’Albania segnati dal sangue dei martiri, con lo stesso sangue verranno custoditi.

I notabili di Puka: Dash Disdari, Shaban Myftari, Ymer Bardhoshi ecc…

Da Alessio

Il popolo di questa città e dei cinque bajrak di Alessio, si unisce unanimemente nella riprovazione contro i vili discorsi pronunciati negli Stati con cui siamo in stato di guerra. La situazione politica presente e futura, dell’Albania, che assicura l’integrità etnica della Nazione albanese, è difesa dall’Esercito dell’Impero di Roma. Il popolo di Alessio, ai Vostri ordini, è sempre pronto, con orgoglio, a difendere fino all’ultimo l’indipendenza della Grande Albania, segnata da secoli.

M. Marksub, Bajraktar di Alessio; Geg Pergega, Bajraktar di Kryeziu; Gjel Pjetri, Bajraktar di Manati ecc…

Da Corcia

Rappresentato da tutte le classi, il popolo di Corcia, unito oggi dinanzi al Municipio della città, esprime la sua indignazione contro le dichiarazioni dei Ministri Eden, Cordell Hull e Molotov, in contrasto con i nostri più sacri diritti; quelle dichiarazioni rivelano i fini reconditi dei nostri nemici contro l’integrità etnica e territoriale d’Albania. Condividendo il punto di vista del Regio Governo e del Consiglio Superiore Fascista Corporativo, il popolo protesta energicamente contro i disegni diabolici del nemico. La Nazione albanese, come Stato libero e sovrano nella Communità Imperiale di Roma, difenderà fino all’ultima goccia di sangue i confini della nostra Grande Albania e l’integrità etnica della Nazione. Esso non tollererà mai che si violi un palmo del territorio della nostra Patria; noi raggiungeremo questo santo scopo con l’aiuto di Dio e sotto la guida e gli auspici dell’amatissimo Re Imperatore e del grande Duce del Fascismo, e con l’aiuto morale e materiale delle Forze Armate dell’Asse. Con questo sentimento e desiderio ardente acclamiamo ad una grande e libera Albania nei suoi confini etnici.

Il Vescovo Agathangjeli, il Capo Mufti H. Xaferi, Vasil Marko ecc…

Da Struga

Il popolo di questa città, riunitosi oggi per disapprovare energicamente i discorsi sull’avvenire dell’Albania tenuti dai dirigenti politici anglo-americani e russi, mi ha incaricato di rendermi interprete presso l’Eccellenza Vostra dei suoi sentimenti di riconoscenza verso la Potenza che l’ha liberata dall’insostenibile e barbaro giogo slavo, impostole col Trattato di Versaglia. Questo popolo è fermamente convinto che, soltanto con la definitiva vittoria delle gloriose Potenze dell’Asse, la sua libertà sarà completamente sicura, sotto la bandiera dello Skanderberg e nei suoi confini naturali, segnati dal sangue sparso per tanti secoli. Questo popolo è deciso a combattere fedelmente in stretta unione con l’Esercito Imperiale fino all’ultima goccia di sangue, quanto per la realizzazioni del Nuovo Ordine nel mondo.

Il Podestà: Jak Ndoi.

Da Prizrend

(…)

Da Kerçova

(…)

Dalla Malsija di Scutari

In nome dei territori liberati della Grande Malsija, Hot, Gruda, Kelmend, Fundë, Koçë, Plava e Guci, insieme a tutto il Cossovo, dichiarano che non abbandoneranno i confini, prima di essere tutti morti e distrutti, perchè questi confini sono nostri, e noi siamo dello stesso sangue degli altri fratelli albanesi.

Prenk Kali.

Da Prishtina

I notabili della città, il clero albanese, i rappresentanti del popolo e la gioventù, camerati Shyqyri Ramadani, Haxhi Iljazi, Haxhi Abdyli, Ymer Haxhi, Mehmet Hystref Begu (ecc…), spontaneamente riuniti nel Municipio, mi hanno incaricato di esprimerVi la loro solidarietà alle proteste elevate dall’Eccellenza Vostra e dai membri del Consiglio Superiore Fascista Corporativo, contro le dichiarazioni fatte sull’Albania da Eden, Corden Hull e Molotov, rappresentanti delle false democrazie, le quali si son sempre prese gioco del destino del nostro popolo ed hanno agito contro gli interesi della Nazione albanese. Tutto il mondo deve sapere che i confini dell’Albania comprendono i territori dove vive una maggioranza d’albanesi, e non vi sarà forza al mondo che possa decidere diversamente, poichè il Cossovo ha deciso di votarsi alla morte piuttosto che dividersi dalla Patria, avendo sofferto abbastanza, in grazia alle promesse democratiche, una trentennale schiavitù. Eccellenza, l’atmosfera in cui scriviamo questo telegramma è commovente, poichè dinanzi al Municipio si è raccolto il popolo e la gioventù, i quali, solidali con i loro rappresentanti che sono all’interno, elevano la voce contro il veleno che le pseudo democrazie spargono per ammorbare la vita del popolo d’Albania, tentando di prendersi gioco del destino di questa Nazione, che è unita per la vita e per la morte con le Potenze dell’Asse nel quadro dell’Impero di Roma fascista, dove ha trovato protezione ed aiuto fraterno e donde è venuta la libertà dai nemici interni ed esterni del popolo e della Nazione albanese. Eccellenza, Vi preghiamo di renderVi interprete di questi sentimenti della città di Prishtina presso l’Eccellenza il Luogotenente del Re, a cui abbiamo anche particolarmente dato comunicazione, e di portare a conoscenza del mondo che l’Albania è degli albanesi, e che gli albanesi hanno scelto la loro strada a fianco dell’Asse. Eccellenza, il popolo e la gioventù, cantando inni nazionali, continuano a manifestare per le vie della città, acclamando al Re, al Duce, al Governo albanese, alla Grande Albania e ai combattenti dell’Asse, e maledicendo chiunque voglia seminare dissidi nella vita del popolo albanese.

Il Podestà: Hysen Prishtina.

Albania-Shqipni, Febbraio 1943-XXI

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« Le peuple albanais réaffirme sa confiance dans la destinée de la Patrie en adressant une pensée reconnaissante au Souverain et au Duce. »

« Après la réunion du Conseil supérieur fasciste corporatiste du 23 décembre 1942, sont parvenus au président du Conseil des ministres les télégrammes suivants : »

Suivent différents télégrammes envoyés d’Albanie.

Les signataires de Giljan et Puka expriment leur opposition à la déclaration Eden-Hull-Molotov de décembre 1942 relative à l’Albanie, qui, selon les signataires, « viole l’intégrité ethnique de l’Albanie », pour laquelle les signataires se déclarent prêts à combattre aux côtés des forces de l’Axe. (Cette déclaration, exprimant le vœu d’une Albanie indépendante tout en renvoyant la question de ses frontières au règlement du conflit, est discutée plus en détail dans le document suivant.)

Les signataires d’Alessio et de Corcia, dans une veine similaire, affirment que les frontières de la Grande Albanie sont seules garantes de l’intégrité ethnique de la nation albanaise et qu’ils combattront pour sa défense aux côtés des forces de l’Axe.

Le podesta de Struga en appelle lui aussi à la victoire des puissances de l’Axe pour garantir la liberté de l’Albanie « sous le drapeau de Skanderberg ».

Le signataire de Scutari, « au nom des territoires libérés de la Grande Malsija, de Hot, de Gruda, de Kelmend, de Fundë, de Koçë, de Plava et Guci, ainsi que de l’ensemble du Kosovo », déclare que les Albanais n’abandonneront jamais ces frontières car le sang des Albanais est un.

Les podesta de Pristina (plus grande ville du Kosovo) accuse les « fausses démocraties » d’avoir toujours intrigué contre les intérêts de la nation albanaise et affirment que le Kosovo a juré, après trente années d’esclavage, de ne plus jamais être séparé de la Grande Albanie.

*

La risposta dell’Albania ai nemici della sua integrità etnica e territoriale (Albania-Shqipni, Anno III, N.12, Dicembre 1942-XXI)

Il Discorso del Presidente del Consiglio Superiore Corporativo Fascista di Tirana

Sig. Mustafa Kruja

Camerati,

Non è senza una certa soddisfazione che io comunico che in questi ultimi giorni la nostra Albania è stata oggetto di manifestazioni ufficiali nelle tre grandi capitali delle Potenze con le quali noi ci troviamo in stato di guerra : i Ministri responsabili della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche hanno fatto l’uno dopo l’altro, direi quasi in coro, importanti dichiarazioni ufficiali sulle sorti del nostro Paese a guerra conclusa. A loro hanno fatto eco la stampa e le agenzie ufficiose ed il Presidente del Governo greco con sede a Londra.

Finora i paesi nemici, almeno negli ambienti ufficiali, si erano chiusi in un ermetico silenzio nei riguardi dell’Albania, quasi se la nostra Patria, in questa gigantesca mischia fra le Nazioni, fosse una quantità trascurabile. Ora, invece, i loro uomini di Stato se ne sono ricordati d’un tratto e tutti insieme. Quale la causa di questo risveglio diplomatico improvviso per questo lembo finora ignorato dell’Europa sud-orientale ? Indubbiamente una tattica di guerra. Tutto oggi è in funzione della guerra. L’obbiettivo, dunque, delle dichiarazioni fatte a Londra, Washington e Mosca al nostro riguardo è il disarmo spirituale di questo magnifico nostro popolo che ha tenuto, anche nei momenti più critici della guerra combattuta sul nostro suolo, un contegno esemplare di disciplina e di patriottismo.

I signori Eden, Cordell Hull e Molotoff si disinganneranno. Capiranno quanto siano lontani dal conoscere l’anima albanese. S’accorgeranno di avere ottenuto precisamente l’effetto opposto al loro scopo.

Le menzogne nemiche.

Vi leggerò ora i testi delle loro dichiarazioni.

L’Agenzia «Reuter» trasmetteva il 18 novembre u. s. il seguente comunicato in lingua francese :

«Ai Comuni Antony Eden ha dato assicurazione che l’avvenire dell’Albania non sarà, al regolamento finale della pace, influenzato da qualsiasi cambiamento verificatosi in seguito all’aggressione italiana.»

Con questa dichiarazione sibillina di autentica marca inglese del Sig. Eden, il Governo della Gran Bretagna fa sapere dunque chiaramente al popolo albanese che nessun genere che riguarda l’Albania, e che sia avvenuto dopo il ‘39, sarà preso in considerazione al regolamento finale della pace.

Lo stesso Ministro Eden dichiarò ai Comuni il 17 corrente quanto segue :

«Il Governo britannico desidera vedere l’Albania liberata dal giogo italiano e restituita alla sua indipendenza. Alla fine della guerra deciderà il popolo albanese alla forma di regime e di governo da dare al Paese».

«Ciò non porta pregiudizio alla situazione dell’Albania in relazione agli accordi futuri che potranno intervenire fra i diversi Stati balcanici. La questione delle frontiere albanesi sarà regolata alla fine della guerra».

La «Reuter» ci trasmetteva il giorno dopo il seguente commento ufficioso del «Times»:

«Sulla questione delle future frontiere dell’Albania liberata, Eden ha dimostrato una riserva prudente. Il problema sarà risolto mediante un accordo fra l’Albania e i suoi vicini. Solamente nel caso in cui questo modo dovesse fallire, il compito dovrebbe essere rimesso alle potenze rappresentate alla conferenza di una eventuale pace».

Un altro comunicato «Reuter» dello stesso giorno suona nei seguenti termini:

«Il Governo greco a Londra ha approvato il desiderio della Gran Bretagna di vedere l’Albania indipendente. In una comunicazione ufficiale il Governo greco ha espresso la sua soddisfazione per la dichiarazione di Eden che lascia aperte le decisioni territoriali che interessano la Grecia e accoglie favorevolmente l’allusione britannica all’interesse speciale delle potenze balcaniche nei riguardi dell’Albania».

Questo comunicato ufficiale greco viene completato dal seguente comunicato ufficioso inglese che trasmetteva Radio Londra il 20 corrente:

«A quegli albanesi pessimisti per natura, i quali nella frase «i confini albanesi saranno stabiliti dalla conferenza della pace», non vedono chiaro, ricordiamo l’art. 4 della Carta dell’Atlantico dove è detto testualmente : «Nessun pezzo di territorio sarà dato ad un altro Stato senza il consenso della popolazione manifestato attraverso un plebiscito». Dunque la paura di una nuova occupazione dell’Albania dopo la guerra, non ha alcun senso».

Radio Londra smascherata.

Camerati,

Tralasciamo l’eco americano e russo alle dichiarazioni ufficiali britanniche, che è su per giù in termini identici o similari.

Che cosa risulta in sostanza per l’Albania da questo coro di dichiarazioni ufficiali e di commenti ufficiosi? Ecco :

  1. Che la nostra unità nazionale, conquistata col sangue dei nostri figli e dei valorosi soldati dell’Asse sarebbe una chimera, poichè la Gran Bretagna e i suoi alleati non la riconoscerebbero.
  2. Che le mire territoriali dei nostri vicini anche sulle vecchie provincie albanesi rimangono intatte, e favorite dai loro grandi alleati inglesi, americani e russi.
  3. Che, soddisfatte tutte le cupidigie altrui sul sacrosanto suolo della nostra Patria, quel misero pezzo di terra che dovrebbe esserci generosamente regalato, probabilmente fra due fiumi che si chiamano Voiussa o addirittura Shkumbini da una parte e Drini o piuttosto Mati dall’altra, costituirebbero lo Stato libero e indipendente dell’Albania.
  4. Che, infine, in questo chimerico Stato, il popolo albanese, o più esattamente, circa mezzo milione di albanesi che formerebbero la popolazione di questo Stato, sarebbero liberi di scegliere il regime e il governo che volessero, purchè, anche in questo caso, rimanessero impregiudicate le eventuali disposizioni intervenute fra le diverse potenze balcaniche.

La risposta dell’Albania.

Ebbene, a queste criminose intenzioni nemiche, io, a nome di tutto il popolo albanese, rispondo sdegnosamente: NO !

Rispondo, con le fiere parole del Duce, che le frontiere della Patria non si discutono, si difendono. Noi difenderemo col nostro sangue, fino all’ultimo uomo che porti un fucile, tutte le nostre frontiere, quelle del Nord come quelle del Sud. Gli eroici soldati dell’Asse, che ci hanno aiutato a conquistare la nostra unità nazionale, il glorioso esercito imperiale, che fa buona guardia a questa sacra conquista, valgono più di tutte le chiacchiere di Londra, di Washington e di Mosca.

Quanto alle insinuazioni dei falsi paladini della libertà dei popoli, noi rispondiamo:

  1. Che una Nazione è libera in quanto è vitale e che prima della sua libertà pensa alla sua esistenza e alla sua vitalità. Chi ci nega la vita non può parlarci di libertà.
  2. Che la Nazione albanese si sente molto più indipendente nella Comunità Imperiale di Roma, dove è entrata spontaneamente a far parte come Stato libero e sovrano, che non in balìa dei suoi vicini rapaci, o in una eventuale unione di Stati balcanici con Belgrado per epicentro politico.
  3. Che il Governo britannico, prima di parlare della nostra libertà, conceda questo beneficio ai suoi popoli asserviti : Irlanda, Egitto, Africa del sud, India.

(…)

L’Assemblea ha quindi approvato, per acclamazione, il seguente ordine del giorno:

Il Consiglio Superiore Fascista Corporativo,

Sentite le communicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri intorno alle dichiarazioni del Segretario di Stato per gli Affari Esteri di Gran Bretagna Eden e dei suoi colleghi statunitense e russo, nonchè a quella del sedicente Governo Greco a Londra;

Constatate in quelle dichiarazioni ancora una volta le subdole intenzioni dei nemici eterni della Nazione Albanese contro la nostra integrità etnica e territoriale;

Assicurato dal Governo Reale che tutte le frontiere della Grande Albania saranno difese con tutti i mezzi e fino all’ultima goccia di sangue;

Porta il suo pensiero rispettoso e devoto ai combattenti albanesi, italiani e tedeschi caduti sul campo d’onore per la realizzazione della nostra unità nazionale e d’un nuovo ordine mondiale come l’ha auspicato, voluto o preannunziato il Duce del Fascismo Benito Mussolini;

Saluta con incrollabile fede tutte le Forze Armate dell’Asse che combattono su tutti i fronti per raggiungere l’immancabile vittoria;

Assicura le Forze Armate d’Albania che l’intero Popolo albanese è con loro per la difesa della sua integrità etnica, voluta da S.M. il Re Vittorio Emanuele III e da Lui annunciata nel messaggio al Popolo albanese in occasione del trentennale della nostra indipendenza;

Esprime la ferma volontà della Nazione di rimanere Stato libero e sovrano nella Comunità Imperiale di Roma, della quale spontaneamente è entrata a far parte e in cui sente assicurate la sua indipendenza e la sua integrità etnica;

Ritiene che la migliore risposta alle minacce ed alle insinuazioni nemiche sia la più estesa partecipazione del Popolo albanese alla difesa del suo territorio già in atto con l’aumento dei Reggimenti Cacciatori d’Albania che è in corso di esecuzione.

*

Mustafa Kruja, ou Mustafa Merlika Kruja, fut Premier ministre d’Albanie de 1941 à 1943 (« président du Conseil corporatiste fasciste »). Il avait été l’un des signataires de la déclaration d’indépendance albanaise vis-à-vis de l’empire ottoman en novembre 1912, puis ministre et député.

« La riposte de l’Albanie aux ennemis de son intégrité ethnique et territoriale »

Dans ce discours, Kruja évoque la déclaration conjointe Eden-Hull-Molotov concernant l’Albanie, déclaration qui exprime le souhait de l’indépendance du pays par rapport à l’Italie tout en renvoyant la question des frontières au règlement du conflit.

Comment l’Albanie, qui venait de recouvrer, avec l’appui de l’Italie, les territoires qui lui avaient été arrachés par la Serbie soutenue par les puissances anglo-saxonnes, pouvait-elle bien accueillir une telle déclaration, laissant pendante la question des frontières à un règlement des conflits où les Serbes et autres panslaves auraient eu l’oreille de l’Angleterre et de la Russie ?

C’est pourquoi Kruja résume la déclaration en quatre points :

1) l’unité nationale albanaise est une chimère aux yeux de la Grande-Bretagne et de ses alliés.

2) les visées territoriales des voisins de l’Albanie restent intactes et sont favorisées par les Alliés.

3) Une fois ces visées satisfaites, l’État albanais ne sera plus que le territoire compris entre les fleuves Voiussa et Drin.

4) Cet État comptera quelque 500.000 habitants qui seront libres de choisir leur forme de gouvernement à moins que les puissances balkaniques ne fassent agréer des dispositions particulières aux Alliés.

À quoi Kruja est bien sûr opposé, ajoutant trois remarques concernant le vœu des Alliés d’une Albanie libre et indépendante.

1) Une nation n’est pas libre si on la prive de sa vitalité. (Ce qui signifie, je pense, que la vitalité et donc la liberté de l’Albanie dépendent du maintien des frontières de la Grande Albanie.)

2) La nation albanaise se sent bien plus indépendante au sein de la Communauté impériale fasciste, « où elle est entrée de plein gré comme État libre et souverain, que si elle était à la merci de la rapacité de ses voisins ou entrait dans une éventuelle union d’États balkaniques avec Belgrade comme épicentre politique ». (Autrement dit, l’Albanie, qui a déjà connu le joug serbe, ne souhaite pas le connaître de nouveau.)

3) « Le gouvernement britannique, avant de parler de notre liberté, devrait d’abord la concéder aux peuples qu’elle asservit en Irlande, en Égypte, en Afrique du Sud, en Inde. » (Ce qui était bien envoyé.)

Kruja fait par conséquent adopter une résolution selon laquelle la nation albanaise souhaite rester un État libre et souverain au sein de la Communauté impériale de Rome. Ce qui est, il faut bien le reconnaître, un tantinet paradoxal, étant donné que l’Albanie se déclare par là-même souveraine dans une communauté dont l’épicentre est la capitale d’un autre État (Rome). Mais, comme on l’a vu, il s’agit au fond de dire « Rome plutôt que Belgrade ».

Les objections de Kruja à la déclaration des Alliés ne manquent pas de pertinence, comme la suite des événements l’a montré. L’Albanie est entrée dans l’orbite soviétique et l’on peut par conséquent douter qu’elle ait choisi sa forme de gouvernement, dans la mesure où le régime communiste s’est imposé par les armes au cours de la guerre et non par un « plébiscite » selon l’article 4 de la Charte de l’Atlantique tel qu’annoncé dans la déclaration. Par ailleurs, le pays a perdu ses frontières de Grande Albanie, notamment le Kosovo, de nouveau au profit de la Yougoslavie, ce qui, à la suite de l’effondrement du bloc soviétique, a donné lieu à la guerre du Kosovo et au règlement de ce conflit, après l’intervention de l’OTAN, par l’indépendance du Kosovo. Une sorte de compromis entre Albanais et Serbes puisque le Kosovo n’est ainsi ni dans l’Albanie ni dans la Serbie.

Indologie et Bouddhologie dans les régimes fascistes : une bibliographie

Cette introduction peut être courte, en renvoyant à celle de la bibliographie « Islamologie dans les régimes fascistes » (ici) pour un exposé de la méthode, qui est la même dans les deux cas.

L’indologie se rapporte aux œuvres portant sur les religions spécifiquement indiennes (védisme, hindouisme, jaïnisme) et les traits culturels qui leur sont liés.

S’agissant de la bouddhologie, il existe à cette époque une relativement abondante littérature, en Allemagne notamment, dans les domaines de la Sinologie et de la Japanologie. Très vraisemblablement, la majeure partie de ces œuvres aborde plus ou moins la question du bouddhisme, mais comme il est tout de même difficile d’évaluer, sans avoir eu le livre en main, l’importance de ce thème particulier dans le traitement du sujet par l’auteur à moins que le titre de l’œuvre ne l’indique explicitement, j’ai laissé de côté un grand nombre d’œuvres dans ces deux domaines qui mériteraient peut-être de figurer dans ma liste. La même remarque s’applique en ce qui concerne l’Inde.

Un sinologue peut, dans un texte qui ne se veut pas général, ne pas du tout s’intéresser au bouddhisme et se concentrer sur le confucianisme, le chamanisme ancien, la littérature laïque ou bien d’autres choses. D’un autre côté, un bouddhologue peut difficilement maîtriser toutes les langues de l’aire culturelle bouddhiste dans le monde et se spécialisera donc dans une certaine portion de cette aire, que ce soit la Chine, le Japon, la Thaïlande, les anciens royaumes indo-bouddhiques d’Asie du Sud-Est, ou autre.

Je ne me suis pas cantonné aux travaux universitaires qui relèvent de ces deux branches. Cependant, je me suis là aussi montré parcimonieux dans mes choix, pour les vulgarisations historiques et récits de voyage, ou encore pour les autres types de travaux universitaires, ethnologiques, géopolitiques…, qui abordent de toute évidence les religions indiennes et le bouddhisme comme facteurs politico-culturels, mais peut-être marginalement ou superficiellement, chaque fois que le titre ne laisse pas suggérer un gros plan sur ces aspects.

Extérieur du temple Wat Phra Dhammakaya en Thaïlande (région de Pathum Thani)

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Troisième Reich allemand

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AGNAR B., Deutsches Gottestum und Buddhismus, 1934 (Divinité allemande et bouddhisme)

ALSDORF Ludwig, Die Pratyayas. Ein Beitrag zur indischen Mathematik, 1933 (Les pratyayas : contribution aux mathématiques indiennes) ; Indien, 1940 (L’Inde)

Alsdorf est, avec les professeurs Paul Thieme et Walther Schubring et l’Indien Subhas Chandra Bose, un fondateur de la Société Inde-Allemagne (Deutsch-Indische Gesellschaft) en 1942. Nsdap.

Pour expliciter ma méthode, et le choix de retenir cet ouvrage intitulé simplement L’Inde dans la présente bibliographie malgré ce que j’ai écrit en introduction, sachant qu’Alsdorf passe pour un éminent indologue de son temps, il est évident qu’un traité même général sur l’Inde écrit par lui fait fond sur des connaissances approfondies en indologie (en particulier sur les religions indiennes puisque sa thèse doctorale porte sur le jaïnisme) et ne saurait être, par conséquent, un simple compte rendu journalistique de quelques questions politiques et économiques de son temps.

AUFHAUSER Johann Baptist, Asien am Scheideweg: Christentum – Buddhismus – Bolschewismus, 1933 (Le carrefour Asie : chrétienté, bouddhisme, bolchévisme)

Théologien catholique.

BECKH Hermann, Der Hymnus an die Erde. Aus dem altindischen Atharvaveda übersetzt und erläutert, 1934 (L’hymne à la terre : traduit de l’ancien Atharvaveda et commenté) ; Indische Weisheit und Christentum, 1938 (Sagesse indienne et christianisme)

Orientaliste et anthroposophe.

BEYTHAN Hermann, Was ist Indien? 1942 (Qu’est-ce que l’Inde ?)

Missionnaire protestant en Inde. Auteur d’une grammaire du tamoul en 1943.

BOHNER Hermann, Legenden aus der Frühzeit des japanischen Buddhismus, 1935 (Légendes des premiers temps du bouddhisme japonais)

Japanologue, bon connaisseur du théâtre nô.

BRELOER Bernhard, Fontes historiae religionum Indicarum, 1939

Indologue. Nsdap.

FICK Richard, Die buddhistische Kultur und das Erbe Alexanders des Großen, 1933 (La culture bouddhiste et l’héritage d’Alexandre le Grand) ; Der indische Weise Kalanos und sein Flammentod, 1938 (Le sage indien Calanos et sa mort par immolation)

FILCHNER Wilhelm, Kumbum Dschamba Ling. Das Kloster der hunderttausend Bilder Maitreyas. Ein Ausschnitt aus Leben und Lehre des heutigen Lamaismus. Nach Beobachtungen während seiner Tibetexpedition 1926/28, 1933 (Kumbum Jampa Ling, le monastère aux cent mille images de Maitreya : vues sur le mode de vie et l’enseignement du lamaïsme contemporain, d’après les observations de l’auteur lors de son expédition au Tibet de 1926 à 1928) ; Im Machtbereich des Dalai-Lama, 1944 (Au royaume du Dalaï-Lama)

Explorateur et géographe. Membre de la Société pour l’hygiène raciale (Gesellschaft für Rassenhygiene).

FISCHER Otto, Kunstwanderungen auf Java und Bali, 1941 (Promenades artistiques à Java et Bali [Bali terre d’hindouïsme])

FORKE Alfred, Geschichte der mittelalterlichen chinesischen Philosophie, 1934 (Histoire de la philosophie chinoise du moyen-âge) ; Geschichte der neueren chinesischen Philosophie, 1939 (Histoire de la philosophie chinoise moderne) [Ne manque pas de traiter les contributions du bouddhisme à la philosophie chinoise]

Sinologue. Auteur d’une histoire de la philosophie chinoise en trois volumes qui fait référence (deux volumes publiés sous le Troisième Reich, précités). Signataire de la Profession de foi des professeurs allemands à Adolf Hitler (Bekenntnis der deutschen Professoren zu Adolf Hitler), novembre 1933.

FRAUWALLNER Erich, Die Anfänge des Navya-Nyâyah, 1938 (Les débuts de l’école de logique Navya-Nyaha)

Bouddhologue autrichien. SS : suggéra de créer un département d’études bouddhiques au sein de la SS-Ahnenerbe.

FUCHS Walter, Beiträge zur Mandjurischen Bibliographie und Literatur, 1936 (Contributions sur la bibliographie et la littérature de Mandchourie)

Sinologue. Nsdap. Membre du Deutschland-Institut de Pékin à partir de 1938.

FÜRHOLZER Edmund, Arro! Arro! so sah ich Tibet, 1942 (Arro, arro : ce que j’ai vu au Tibet [Fürholzer raconte (mais est-ce bien dans ce livre ?) avoir rencontré le neuvième panchen-lama, c’est-à-dire la plus haute autorité religieuse après le dalaï-lama, qui lui aurait parlé chaudement d’Adolf Hitler])

Écrivain et journaliste. Dirigeait la branche chinoise de l’agence de presse allemande Transocean, à Pékin.

GEBAUER Anton Karl, Burma, Tempel und Pagoda. Erlebnisse längs der Burmastraße, 1943 (Temples et pagodes : expériences vécues le long de la route de Birmanie)

GEIGER Wilhelm, Studien zur Geschichte und Sprache Ceylons, 1941 (Études sur l’histoire et la langue de Ceylan) ; Beiträge zur singhalesischen Sprachgeschichte, 1942 (Contributions à l’histoire de la langue cinghalaise [le cinghalais est une langue importante dans le bouddhisme théravada dans la mesure où des commentaires réputés du canon sont écrits dans cette langue])

Iraniste et indologue, connaisseur (comme l’indiquent les deux œuvres précitées) de la langue et de la culture cinghalaises. En 1935, s’est vu remettre par l’empereur du Japon la médaille commémorative de la 2500e année bouddhiste.

GLASENAPP Helmuth v., Von Buddha zu Gandhi, 1934 (Du Bouddha à Gandhi) ; Der Buddhismus in Indien und im Fernen Osten. Schicksale und Lebensformen einer Erlösungsreligion, 1936 (Le Bouddhisme en Inde et en Extrême-Orient : destins et formes d’une religion du salut) ; Unsterblichkeit und Erlösung in den indischen Religionen, 1938 (Immortalité et salut dans les religions indiennes) ; Buddhistische Mysterien. Die geheimen Lehren und Riten des Diamant-Fahrzeugs, 1940 (Mystères bouddhistes : les doctrines et rites secrets du Véhicule du diamant) ; Die Religionen Indiens, 1943 (Les religions de l’Inde)

Titulaire de la chaire d’indologie à Königsberg de 1928 à 1944.

GRIMM Georg, Das Glück. Die Botschaft des Buddha, 1933 (Le bonheur : message du Bouddha) ; Der Samsâro, die Weltenirrfahrt der Wesen, 1935 (Le samsara : les pérégrinations de l’être dans le labyrinthe des mondes); Ewige Fragen, 1937 (Questions éternelles) ; Brillanten buddhistischer Weltanschauung. Ein buddhistisches Brevier, 1941 (Brillante vision bouddhiste du monde : un bréviaire bouddhiste)

Bouddhiste allemand, influencé par Schopenhauer. Fondateur en 1921 de l’Altbuddhistische Gemeinde.

GRÜNWEDEL Albert, Die Legende des Nâ-ro-pa, des Hauptvertreters des Nekromanten- und Hexentums. Nach einer alten tibetischen Handschrift als Beweis für die Beeinflußung des nördlichen Buddhismus durch die Geheimlehre der Manichäer, 1933 (La légende de Na-ro-pa, grand maître de la nécromancie et sorcellerie : d’après un ancien manuscrit tibétain apportant la preuve de l’influence sur le bouddhisme septentrional des doctrines secrètes des Manichéens)

Archéologue et orientaliste.

GRÜTZMACHER Richard Heinrich, Indische Religionen. Religion der Veden, Brahmanismus, Jainismus, Hinduismus, 1937 (Religions indiennes : védisme, brahmanisme, jaïnisme, hindouisme) ; Weltreligionen. Buddhismus und Mohammedismus, 1938 (Religions mondiales : bouddhisme et islam)

GUNDERT Wilhelm, Japanische Religionsgeschichte, 1935 (Histoire des religions japonaises)

Orientaliste, spécialiste de littérature chinoise et japonaise. Recteur de l’Université de Hambourg 1938-41. Nsdap.

HAENISCH Erich, Steuergerechtsame der chinesischen Klöster unter der Mongolenherrschaft, 1940 (L’égalité économique des monstères chinois durant la domination mongole) ; Die Kulturpolitik des mongolischen Weltreichs, 1943 (La politique culturelle de l’empire mongol mondial)

Sinologue, mongoliste et mandchouriste.

HERRIGEL Eugen, article Die ritterliche Kunst des Bogenschießiens, dans Nippon. Zeitschfrit für Japanologie, 1936 (L’art chevaleresque du tir à l’arc)

Philosophe. Nsdap. Je cite cet article de 1936 car sa version étendue n’est autre que l’essai de 1948 très connu Zen in der Kunst des Bogenschießens (Le zen dans l’art du tir à l’arc), traduit dans de nombreuses langues.

HERTEL Johannes, Das indogermanische Neujahrsopfer im Veda, 1938 (Le sacrifice indogermanique de la nouvelle année dans les Védas)

Indologue. Éditeur de la série Indogermanische Quellen und Forschungen (Sources et études indogermaniques).

HESKE Franz, Im heiligen Lande der Gangesquellen, 1937 (Dans la terre sainte à la source du Gange)

HILGENBERG Luise, Die kosmographische Episode im Mahabharata und Padmapurana. Textgeschichtlich dargestellet, 1934 (L’épisode cosmologique dans le Mahabharata et le Padmapurana : une présentation textuelle historique)

ILLION Theodor, sous le pseudonyme Theodor Burang, Rätselhaftes Tibet, 1936 (Énigmatique Tibet) [dans lequel il évoque l’existence d’une cité souterraine dirigée par une confrérie méditative, où il aurait été introduit…]

JUNYU Kitayama, Metaphysik des Buddhismus, 1934 (Métaphysique du bouddhisme) ; Heiligung des Staates und Verklärung des Menschen. Buddhismus und Japan, 1943 (Régénération de l’État et transcendance de l’homme : le bouddhisme et le Japon)

Intellectuel japonais établi dans le Troisième Reich, auteur de traités en allemand.

KIRFEL Willibald, Bilderatlas zur Religionsgeschichte: Der Hinduismus, 1934 (Atlas de l’histoire des religions : L’hindouisme) ; Ashtanga Hrideya Samhita, 1941 [traduction du sanskrit, avec Luise Hilgenberg, du texte le plus fondamental de l’Ayurveda]

KRAUTHOFF Berndt, Ich befehle! Kampf und Tragödie des Barons Ungern von Sternberg, 1938 (J’ordonne ! Le combat et la tragédie du baron Ungern von Sternberg [officier tsariste d’origine balte-allemande converti au bouddhisme et qui combattit l’expansionnisme soviétique en Mongolie, jusqu’à sa mort en 1921])

KRESSLER Oskar, Kultur der orientalischen Völker, 1936 (Culture des peuples orientaux) avec Willibald Kirfel, Erich Schmitt et al. [sections sur les religions indiennes et le bouddhisme]

KRUG Hans-Joachim, Götterthrone im Urwald. Auf den Spuren altindo-malaiischen Kulture, 1943 (Trônes divins dans la jungle : sur les traces de l’ancienne culture indo-malaise)

LAURENSTEIN Diether, Das Erwachen der Gottesmystik in Indien. Die Entwicklung des bhakti-Begriffes innerhalb der älteren religiösen Vorstellungen der Inder, 1943 Diss. (L’essor de la mystique en Inde : le développement de la notion de bhakti dans les représentations religieuses des Indiens)

Théologien et indologue.

LEHMANN Arno, Die Hymnen des Tayumanavar. Texte zur Gottesmystik des Hinduismus aus dem Tamil übersetzt von A. L., 1935 (Les hymnes de Tayumanavar : textes mystiques de l’hindouisme traduits du tamoul)

Missionnaire luthérien et indologue.

LESSING Ferdinand, Mongolen. Hirten, Priester und Dämonen, 1935 (Mongols : pâtres, prêtres et démons)

Sinologue et mongoliste. A donné son nom au système Lessing-Othmer de transcription du chinois en caractères latins.

LIEBIG Bruno, Die vier indischen Âçrama’s, 1936 (Les quatre ashramas indiens)

LUDENDORFF Erich, Europa den Asienpriestern? 1938 (L’Europe aux prêtres asiates ?)

Général en chef de l’armée allemande pendant la Première Guerre mondiale. J’ai évoqué dans ma bibliographie sur l’islamologie dans les régimes fascistes (voir Beckh R.) l’activité éditoriale de Ludendorff pendant l’entre-deux guerres. La présente brochure est un exemple de sa dénonciation nationaliste des « puissances supraétatiques », dont les églises bouddhistes.

LÜDERS Heinrich, Die buddhistische Spätantike in Mittelasien, 1933 (L’antiquité bouddhiste tardive en Asie centrale) ; Philologica Indica. Ausgewählte kleine Schriften, 1940 (Recueil de textes) ; Bhârhut und die buddhistische Literatur, 1941 (Le sanctuaire de Bharhut et la littérature bouddhiste)

NOBEL Johannes, Suvarnabhâsottamasûtra. Das Goldglanz-Sûtra: ein Sanskrittext des Mahâyâna-Buddhismus, 1937 (Le Sutra de la lumière dorée : un texte sanskrit du bouddhisme mahayana)

Indologue et bouddhologue. Signataire de la Profession de foi des professeurs allemands à Adolf Hitler.

OERTEL Hanns, Zur Kapisthala-Katha-Samhitâ, 1934 ; Zu den Kasusvariationen in der vedischen Prosa, 1937 (De la déclinaison dans la prose des Védas) ; Euphemismen in der vedischen Prosa und euphemistische Varianten in den Mantras, 1942 (Euphémismes dans la prose des Védas et variations euphémistiques dans les mantras)

OTTO Rudolf, Die Urgestalt der Bhagavad-Gîtâ, 1934 (La composition originelle de la Bhagavad-Gita) ; Die Lehr-Traktate der Bhagavad-Gîtâ, 1935 (Les traités didactiques de la Bhagavad-Gita)

PERNITZSCH Max Gerhard, Die Religionen Chinas, 1939 (Les religions de la Chine)

RIBBACH Samuel Heinrich, Drogpa Namgyal. Ein Tibeterleben, 1939 (D.N. une vie tibétaine)

SCHÄFER Ernst, Berge, Buddhas und Bären, 1933 (Montagnes, Bouddhas et ours) ; Unbekanntes Tibet, 1938 (Tibet inconnu) ; Dach der Welt, 1938 (Toit du monde) ; Tibet ruft, 1942 (L’appel du Tibet)

Zoologiste de formation, participa à trois expéditions scientifiques pluridisciplinaires au Tibet, en 1931, 1934-5 et celle qu’il dirigea en 1938-39 pour l’organisation de recherche SS-Ahnenerbe. Outre les ouvrages cités, un film documentaire a également été réalisé par l’équipe scientifique de la troisième de ces expéditions et est sorti en 1943, Geheimnis Tibet (L’énigme Tibet).

SCHINZINGER Robert, Japanische Philosophie, 1942 (Philosophie japonaise)

Japanologue. A enseigné au Japon plusieurs années à l’époque du Pacte Antikomintern.

SCHOMERUS Hilko Wiardo, Indien und das Christentum, 3 vol. (1. Indische Frömmigkeit, 2. Das Ringen des Christentums um das indische Volk, 3. Das Eindringen Indiens in das Herrschaftsgebiet des Christentums), 1931-33 (L’Inde et le christianisme ; Piété indienne ; L’effort missionnaire du christianisme auprès du peuple indien ; L’irruption de l’Inde en terre de chrétienté) ; Meister Eckehart und Manikka-Vasagar. Mystik auf deutschem und indischem Boden, 1936 (Maître Eckhart et Manikavasagar : mystique en terre allemande et indienne) ; Indische und christliche Enderwartung und Erlösungshoffnung, 1941 (Eschatologie et salut indiens et chrétiens)

Missionnaire luthérien.

SCHUBRING Walther, Übersicht über die Avasyaka-Literatur, 1934 (Présentation de la littérature des avasyaka [les obligations religieuses du jaïnisme]); Die Lehre der Jainas. Nach den alten Quellen, 1935 (La doctrine du jaïnisme, d’après les sources anciennes) ; Die religiösen Kräfte Asiens, 1937 (Les forces religieuses de l’Asie) avec Hermann Gundert et al. ; Isibhâsiyâim, 1942 ; Die Jaina-Handschriften der Preussischen Staatsbibliothek, 1944 (Les manuscrits jaïns de la Bibliothèque d’État de Berlin)

Signataire de la Profession de foi des professeurs allemands à Adolf Hitler.

SCHULEMANN Günther, Die Botschaft des Buddha vom Lotos des guten Gesetzes, 1937 (Le message du Bouddha dans le sutra du lotus)

SCHUMACHER Wolfgang, Arische Religion, 1933 ([Le bouddhisme] Religion aryenne)

Bouddhiste et national-socialiste (membre du Nsdap). Éditeur du journal Wiedergeburt und Wirken (Réincarnation et Œuvres)

SECKEL Dietrich, Kariteimo. Die „Buddhistische Madonna“ in der japanischen Kunst, 1943 (Kariteimo [ou Hariti], la « Madonne bouddhique » dans l’art japonais) ; Grundzüge der Buddhistischen Malerei. Eine Einführung, Tokyo 1945 (Principes de la peinture bouddhiste : une introduction)

Orientaliste et historien de l’art.

STEINKE Martin, Bhikkhu Tao Chü, Buddha und China, 1940 (Le Bouddha et la Chine) ; Kwatsu. Europäer und Asiaten, 1943 (K. : Européens et Asiatiques)

Bouddhiste allemand. Élu président du Congrès bouddhiste européen en 1934.

STRUNK Joseph, Zu Juda und Rom – Tibet. Ihr Ringen um Weltherrschaft, 1937 (Sur Juda et Rome – Tibet. Leur quête de domination mondiale)

Œuvre publiée par la maison d’édition de Ludendorff et entièrement alignée sur les thèses de ce dernier.

THIEME Paul, Bhâsya zu vârrtika 5 zu Pâgini 1. 1. 9. und seine einheimischen Erklärer, 1935 (Le commentaire de Bhasya sur Pagini et les gloses locales) ; Der Fremdling im Rigveda, 1938 (L’étranger selon le Rig-Veda)

WEINRICH Friedrich, Die Liebe im Buddhismus und im Christentum, 1935 (L’amour selon le bouddhisme et le christianisme)

WELLER Friedrich, Brahmajâlasutra : Tibetischer und mongolischer Text, 1934 (Le Brahmajalasutta : version tibétaine et version mongole) ; Zum soghdischen Vimalakîrtinirdesasûtra, Deutsche Morgenländische Gesellschaft, 1937 (De la version sogdienne du sutra de Vimalakirti)

WILHELMY Fritz, Aseka, der Meister aus Fernost. Der ‘Kreuzzug’ der Bettelmönche, 1937 (Aseka [sans doute le roi indien bouddhiste Ashoka], le maître de l’Extrême-Orient : la « croisade » des moines mendiants)

Œuvre publiée par la maison d’édition de Ludendorff et entièrement alignée sur les thèses de ce dernier.

WÜST Walther, Tod und Unsterblichkeit im Weltbild indogermanischer Denker, 1939 (La mort et l’immortalité dans les conceptions des penseurs indogermaniques) ; Indogermanisches Bekenntnis, 1941 (Profession de foi indogermanique)

Sanskritiste. Nsdap. Président, à côté d’Heinrich Himmler, de l’organisation de recherche SS-Ahnenerbe.

ZIESENISS Alexander, Das Wrhaspatitatwa: Untersuchung über Formen und Entwicklungsgeschichte des nachpuränischen Çivaismus, 1938 (Le W. : enquête sur les formes et développements du shivaïsme post-Purana) ; Studien zur Geschichte des Çivaismus. Die çivaitischen Systeme in der altjavanischen Literatur, 1939 (Études sur l’histoire du shivaïsme : les systèmes shivaïtes dans la littérature javanaise ancienne)

ZIMMER Heinrich, Maya. Der indische Mythos, 1936 (Maya : le mythe indien) ; Weisheit Indiens, 1938 (Sagesse de l’Inde) ; Die Inder bis zum Einbruch des Islam, 1940 (Les Indiens jusqu’à l’irruption de l’islam)

Considéré (d’après la page Wikipédia en allemand) comme le plus grand indologue allemand après Friedrich Max Müller (qui enseigna dans l’Angleterre victorienne) et qui, comme ce dernier, enseigna en Angleterre, à partir de 1938.

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Italie fasciste

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APELLIUS Mario, Asia Gialla: Giava, Borneo, Indocina, Annam, Camboge, Laos, Tonkino, Macao, 1926 (Asie jaune : Java, Bornéo, Indochine, Annam, Cambdoge, Laos, Tonkin, Macao) ; La crisi di Budda. Due anni fra i cinesi, 1935 (La crise du Bouddha : deux années parmi les Chinois)

Écrivain et journaliste. Soutien public du Manifeste de la race (Manifesto della razza).

BARBERA Mario, L’incantesimo dell’induismo, 1939 (L’enchantement de l’hindouisme)

Père jésuite.

BELLONI-FILIPPI Ferdinando, La dottrina di Gotama Buddha, 1928 (La doctrine de Gautama Bouddha)

Indologue, professeur de sanskrit, connaisseur du bengali.

CANALI Camillo, Vogliamo conoscere l’Asia? 1936 (Voulons-nous connaître l’Asie ?)

Secrétaire de la Fascist League à New-York. Ambassadeur de l’Italie fasciste.

DE LORENZO Giuseppe, Il sole del Gange, 1925 (Le soleil du Gange) ; Asoko, 1926 (Ashoka [roi bouddhiste de l’Inde]); Oriente ed Occidente, 1931 (Orient et Occident)

Orientaliste, géographe (vulcanologie) et philosophe. « Comparait Mussolini au Bouddha. »

FORMICHI Carlo, Apologia del buddhismo, 1923 (Apologie du bouddhisme) ; Il pensiero religioso dell’India prima del Buddha, 1925 (La pensée religieuse de l’Inde avant le bouddhisme) ; Sette saggi indiani, 1938 (Sept sages indiens) ; India: pensiero e azione, 1944 (Inde : pensée et action)

Orientaliste. Vice-président de l’Accademia d’Italia (institution culturelle fasciste ayant existé de 1929 à 1944). Enseignait également à l’école Santiniketan de Rabindranath Tagore en Inde.

FRACCAROLI Arnaldo, L’isola delle belle donne, 1934 (L’île des belles femmes [Bali]); Il Budda di smeraldo. Viaggio al Siam, 1935 (Le Bouddha d’émeraude : voyage au Siam)

Écrivain. Ces deux récits de voyage, à Bali et en Thaïlande, ne sont pas sans mérite dans leur description de la religion et des mœurs dans ces deux cultures.

LEONARDELLI Erminio, Il fine dell’ascetismo indo-cinese, 1941 (La finalité de l’ascétisme indien et chinois)

PAPESSO Valentino, Inni del Rig-Veda. Religioni dell’India, vedismo e brahmanesimo, 2 vol., 1929 et 1931 (Hymnes du Rig-Veda [traduits en italien] : religions de l’Inde, védisme et brahmanisme) ; Chandogya-Upanisad, 1937 [traduit en italien et présenté par]

PAVOLINI Paolo Emilio, Mille sentenze indiane, 1937 (Mille maximes indiennes [traductions])

Sanskritiste. PNF.

PETTAZZONI Raffaele, Religione e politica religiosa nel Giappone moderno, 1934 (Religion et politique religieuse dans le Japon moderne) ; La confessione dei peccati. Parte primera : Primitivi – America antica – Giappone – Cina – Brahmanesimo – Giainismo – Buddhismo, 1939 (La confession des péchés. Première partie : peuples animistes, Amérique précolombienne, Japon, Chine, brahmanisme, jaïnisme, bouddhisme)

Important historien des religions.

POGGI Alberto, Misteri e religioni dell’India, 1929 (Mystères et religions de l’Inde)

SUALI Luigi, L’Illuminato: la storia di Buddha, 1925 (L’Éveillé : la vie du Bouddha) ; Gotama Buddha, 1934 (Gautama Bouddha)

THOVEZ Enrico, Il filo di Arianna, 1924 (Le fil d’Ariane, contient l’essai Leopardi e il buddismo, Leopardi et le bouddhisme)

Écrivain.

TUCCI Giuseppe, Il buddhismo, 1926 (Le bouddhisme) ; Indo-tibetica 1: Mc’od rten e ts’a ts’a nel Tibet indiano ed occidentale: contributo allo studio dell’arte religiosa tibetana e del suo significato, 1932 (Contribution à l’étude de l’art religieux tibétain et de sa signification) ; Indo-tibetica 2: Rin c’en bzan po e la rinascita del buddhismo nel Tibet intorno al Mille, 1933 (La renaissance du bouddhisme au Tibet autour de l’an mille) ; Indo-tibetica 3: I templi del Tibet occidentale e il loro simbolismo artistico, 2 vol., 1935-6 (Les temples du Tibet occidental et leur symbolisme artistique) ; Indo-tibetica 4: Gyantse ed i suoi monasteri, 3 vol., 1941 (Gyantsé et ses monastères) ; La crisi spirituale dell’India moderna, 1940 (La crise spirituelle de l’Inde moderne)

« Le plus grand explorateur et orientaliste du régime fasciste ». Membre de l’Accademia d’Italia. Fondateur en 1934 de l’Institut italien pour le Proche et Extrême-Orient (Istituto italiano per il medio ed estremo Oriente, ISMEO).

VALLAURI Mario, Composizione e contenuto dei « Purâna » secondo il « Nâradapurâna », 1935 (Composition et contenu des Purana selon le Narada Purana) ; L’antica medicina indiana, 1941 (L’ancienne médecine indienne) ; Lineamenti d’una storia delle lingue e della letteratura antica e medievale dell’India, 1943 (Esquisse d’une histoire des langues et de la littérature de l’Inde antique et médiévale)

ZORZI Silvio, I fuochi d’Agni, 1936 (Les feux d’Agni [dieu du feu dans l’hindouisme])

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Sympathisants fascistes et collaborateurs

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COEDÈS Georges, Inscriptions du Cambodge, 1937-66 ; Pour mieux comprends Angkor, 1943 ; Histoire ancienne des États hindouisés d’Extrême-Orient, 1944

Directeur de l’École française d’Extrême-Orient à Hanoï de 1929 à 1946. Compte tenu du fait que le gouverneur d’Indochine de l’époque, l’amiral Decoux, a suivi, jusqu’à l’invasion japonaise en 1945, une politique de loyauté envers le maréchal Pétain et le régime de Vichy, la colonie durant la période du régime de Vichy en France doit être considérée, je pense, comme une colonie du régime de Vichy (le Japon a reconnu la souveraineté de la France sur l’Indochine par les accords Darlan-Kato de 1941), et ses hauts fonctionnaires comme des collaborateurs au même titre que les hauts fonctionnaires de Vichy. Cela inclut l’éminent orientaliste Georges Coedès.

ELIADE Mircea

On ne présente pas l’orientaliste et philosophe roumain Mircea Eliade, et son engagement fasciste avant et pendant la guerre n’est pas non plus ignoré. Son essai sur le yoga date de 1936.

GOLOUBEW Victor, Le Temple d’Angkor Vat, 1929-32 avec Louis Finot et Georges Coedès

Éminent orientaliste français d’origine russe, membre de l’École française d’Extrême-Orient à Hanoï (voir mes remarques à Coedès). A participé à diverses activités de propagande franco-japonaise et a tenu plusieurs conférences au Japon pendant la guerre.

GUÉNON René, Orient et Occident, 1924 ; L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, 1925 ; Le Roi du monde, 1927 ; La Métaphysique orientale, 1939

Penseur de la « Tradition » (occulte dans les diverses religions), proche de l’Action Française, se convertit à l’islam dans les années trente et s’établit en Égypte.

LINGAT Robert, L’influence indoue dans l’ancien droit siamois, 1937 ; Vinaya et droit laïque : études sur les conflits de la loi religieuse et de la loi laïque dans l’Indochine Hinayaniste, 1937 ; article Le culte du Bouddha d’émeraude, Journal of the Siam Society, 1935

Français, conseiller juridique du roi de Siam de 1924 à 1941, professeur de droit ancien et moderne à l’Université Thammasat de Bangkok jusqu’en 1941, date à laquelle le conflit franco-thaï (conflit frontalier de l’Indochine) le contraint à quitter la Thaïlande pour Hanoï, où il enseigne à l’université jusqu’à la fin du conflit mondial. À ce titre, c’est un haut fonctionnaire de la colonie vichyste d’Indochine (voir mes remarques à Coedès).

MARQUÈS-RIVIÈRE Jean, À l’ombre des monastères thibétains, 1930 ; Vers Bénarès, la ville sainte. L’Histoire merveilleuse de Li-Log, le guru thibétain, 1930 ; Le Bouddhisme au Thibet, 1936 ; Amulettes, talismans et pantacles dans les traditions orientales et occidentales, 1938

Écrivain et journaliste français. Co-rédacteur en chef du journal Documents maçonniques, organe de la politique antimaçonnique du régime de Vichy. Condamné à mort à la Libération ; la sentence n’est pas appliquée et il s’exile à Madrid, où il occupe une chaire universitaire d’orientalisme.

PIERSON Jan Lodewik jr, Hollandais, The Manyosu, 1929 avec Karl Florenz ; Japan als wachter der beschaving, 1935 (Le Japon comme gardien de la civilisation)

Japanologue et poète néerlandais. Membre du Nationaal-Socialistische Beweging (NSB), le parti national-socialiste néerlandais d’Anton Mussert.

PORÉE-MASPERO Éveline, Mœurs et coutumes des Khmers, 1938

Orientaliste française. Conservatrice du musée de Pnohm Penh de 1941 à 1945, c’est-à-dire pendant la période vichyste de la colonie d’Indochine (voir mes remarques à Coedès).

WIKANDER Stig, Der arische Männerbund. Studien zur indo-iranischen Sprach- und Religionsgeschichte, 1938 (Les organisations de confraternité aryennes : études linguistiques et historiques sur la religion indo-iranienne) ; Vayu. Texte und Untersuchungen zur indo-iranischen Religionsgeschichte, 1941 (Vayu : textes et recherches sur l’histoire de la religion indo-iranienne)

Sanskritiste suédois. Collaborateur des publications de l’organisation de recherche allemande SS-Ahnenerbe.